Siamo donne dirigenti dei Ds e sentiamo il dovere di offrire riflessioni e proposte in vista della Conferenza nazionale delle donne, di cui peraltro non abbiamo condiviso un percorso reso debole dalla assenza di un confronto democratico diffuso su politica, programmi e ipotesi organizzative. Il buon esito di tante conferenze regionali ha in parte posto rimedio alla carenza di una sintesi, tuttavia mancano pochi giorni alla Conferenza nazionale, e non c'è ancora una piattaforma politica.
A ridosso del Congresso, questo per noi disvela una crisi di funzione politica. Chi passerà il testimone e a chi?
Nel Pci, poi nel Pds e nei Ds, la politica femminile è sempre stata grande politica, giacimento di alte sfide morali e intellettuali, scandaglio della società italiana, del suo evolversi, delle sue contraddizioni e dei suoi passi in avanti. La grande contaminazione tra «emancipazione» e «femminismo» ha fatto raggiungere alle donne e a tutta la società italiana alti traguardi di modernità. La nostra è storia di conquiste dunque, di affermazione della cultura di genere, di autorevolezza faticosamente guadagnata nella società e nel mondo della politica.
Oggi guardiamo a noi stesse e alle altre donne come protagoniste di una nuova concezione della società. È l'Europa a raccontarci come lo sviluppo si produca soprattutto nei luoghi aperti alle differenze, in quelle comunità che hanno il coraggio di investire sulla piena realizzazione dei soggetti che le compongono, a partire da quelli diversi, per genere e orientamento sessuale.
Ecco perché noi riteniamo che la funzione politica delle Democratiche di sinistra si debba misurare con valori, culture, gerarchie sociali, rapporti di forza e che la Conferenza possa essere l'occasione, da non sprecare, per cominciare ad affrontare i nodi che riguardano una nostra innovazione di cultura politica a partire dalla risposta ad alcune domande:
1. La sintesi fra «emancipazionismo» e «cultura della differenza» è ancora l'orizzonte culturale di lungo periodo (come noi crediamo) o si fa avanti un tranquillo «assimilazionismo» che scansa da sé la contraddizione di sesso?
2. Sta cambiando la cultura patriarcale nel nostro paese?
3. Sul corpo delle donne si gioca ancora parte consistente della laicità. L'autodeterminazione (in ultima istanza) della donna sulla maternità, sulla propria sessualità, è compatibile con la controffensiva sui temi della vita, della sua indisponibilità ad ogni stadio?
4. Nella «mediazione politica» sempre più necessaria sui problemi «eticamente sensibili», l'autodeterminazione femminile entra o no nel comporre la proposta politica di sintesi? È un vincolo fecondo, perché riflette la vita e la libertà di milioni di cittadine, o è un fardello?
5. Il riconoscimento ai diffusi talenti femminili, d'obbligo ormai tra sociologi, politici,giornalisti d'ogni specie, come si concretizza, in un programma di breve-medio termine, per le donne e le ragazze italiane?
6. Stiamo diventando invisibili perché troppo «eguali»?
7. Il riequilibrio della rappresentanza nelle istituzioni avrà tempi «italici» o tempi «europei»?
8. L'Agenda delle donne nel futuro Partito Democratico, prospettiva che pure alcune di noi non condividono, sarà solo la mediazione tra il pensiero e la pratica del femminismo, della sinistra, del pensiero dei cattolici così come sono stati, o si potrà osare una ricerca culturale nuova?
9. Ha senso parlare delle donne come «soggetto politico nella società degli individui»? Se sì, come noi ancora pensiamo, il problema va assolutamente tematizzato. Il soggetto politico nasce dalla selezione della funzione, da una vasta riflessione sulla crisi e sulla forma della politica.
10. Basta la leva del governo per riformare la società italiana o anche per le donne non si pone il problema di come si organizzano le soggettività interessate al cambiamento? Di come si riforma la politica e le sue sedi di partecipazione?
Vogliamo ringraziare il Presidente Giorgio Napolitano, per avere così efficacemente esemplificato squarci di vita femminile nel suo discorso di fine anno. Non ci sono - per noi donne - «terre di mezzo». O si fa «grande politica» o non si fa nulla.
Temiamo tuttavia, e vorremmo combatterla, il profilarsi di una crisi irreparabile di funzione della politica. Nel decomporsi della classica forma-partito e delle modalità di partecipazione e rappresentanza ad essa connessa, la politica di genere per il governo del Paese ha bisogno di una nuova «Carta delle donne», di un nuovo patto con le donne italiane e di leadership adeguate. O semplicemente non sarà. Per questo preferiamo pensare, per le nostre difficoltà attuali, ad una crisi di crescita.
Katia Zanotti, Paola Concia, Cecilia D'Elia, Annamaria Carloni, Franca Chiaromonte, Fulvia Bandoli